Cinema Noir USA2019-04-02T15:49:14+01:00
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Il termine noir è utilizzato nella Francia del dopoguerra per identificare il cinema americano che tratta di vicende criminali e si caratterizza per le atmosfere cupe e pessimiste.
In questi film, la complessa psicologia dei personaggi, a differenza che nel mistery tradizionale, è messa in primo piano. Figure spesso dannate e spinte dal male, popolano le storie di un cinema ispirato alla letteratura hard boiled e realizzato attraverso il rimescolamento dei generi poliziesco, psicologico criminale, melodramma e horror.
Negli Stati Uniti di fine anni 30 si moltiplicano gli esempi di film ispirati alla letteratura noir e che sono, in diversi casi, influenzati dal coevo cinema noir francese e dagli stilemi del cinema espressionista tedesco (non a caso Fritz Lang, una volta emigrato negli Stati Uniti, si cimenterà con il genere noir). Nel 1939, quindi, escono Lasciateci vivere! di John Brahm e Vicolo cieco di Charles Vidor. Nel 1940 la RKO produce il B-movie Lo sconosciuto del terzo piano diretto da Boris Ingster. Mentre il 1941 è identificato come l’anno in cui il cinema americano entra ufficialmente nella sua fase noir e lo fa con due film interpretati da Humphrey Bogart: Il mistero del falco di John Huston e Una pallottola per Roy di Raoul Walsh.
Negli anni Quaranta, inoltre, sono ingaggiati dalle case di produzione nuovi autori hard-boiled che contribuiscono, con le loro sceneggiature, al successo del genere, narrando, per il decennio successivo e oltre, storie di eroi che si scoprono deboli, schiacciati da forze più grandi di loro (ad esempio sono ingiustamente accusati) e che cercano di sopravvivere in un mondo in cui la distinzione tra bene e male risulta sempre più labile. Tra questi vi sono gangsters, detective ambigui, poliziotti corrotti ma anche uomini normalissimi che svelano il lato oscuro del proprio animo e reduci di guerra che non riescono a reinserirsi nella società.
Accanto ai personaggi maschili appena indicati bisogna citare il personaggio femminile per eccellenza del cinema noir: la dark lady, che è si la diabolica seduttrice che spinge il maschio al delitto e lo conduce alla rovina ma, in altri casi, è anche la donna che si ribella alla società nella quale è intrappolata (rappresentata, ad esempio, da un marito violento) ed è capace, con la sua carica eversiva, di scardinare l’ordine sociale e familiare. Altra figura femminile del genere noir è la giovane donna che si ritrova da sola nella grande città, senza aiuto e in balia di ciò che le accade.
Fil rouge che accomuna molti di questi personaggi, maschili e femminile che siano, è l’insofferenza, la delusione e la frustrazione dell’american way of life.

Fonte: http://www.paginaq.it

Humphrey Bogart ne Il mistero del falco (Fonte: http://www.paginaq.it)

Il 1944 è l’annus mirabilis del cinema noir americano, escono infatti tre capolavori che faranno scuola: Vertigine di Otto Preminger, La donna del ritratto di Fritz Lang e La Fiamma del peccato di Billy Wilder.
Opere che anticipano gli anni più discussi del noir americano e cioè quelli che vanno dal 1949 al 1953. Questo è il periodo in cui s’impone il cosiddetto stile semidocumentarista volto a rappresentare le vicende di personaggi che non sono più chiusi in interni (come avveniva nei film precedenti) ma che esperiscono il mondo e le cui vicende sono utilizzate da registi (spesso schierati a sinistra) per criticare la società dell’epoca, attraverso una cupa vena realista volta a rappresentare interiorità devastate. Sono gli anni in cui compaiono poliziotti infiltrati o nevrotici, assassini seriali e americani tranquilli che non riescono a resistere alla tentazione criminale.
Tra i film più indicativi di questo periodo vi sono La furia umana (Raoul Walsh, 1949), Il grande caldo (Fritz Lang, 1953) fino a quello che il critico Paul Schrader definisce il capolavoro del noir, Un bacio e una pistola (Robert Aldrich, 1955).
Negli anni 50 inoltre le rappresentazioni del sesso e della violenza divengono sempre più audaci e le soluzioni stilistiche innovative si susseguono. Ciò avviene grazie ad opere come il già citato Un bacio e una pistola, Rapina a mano armata ( 1956) di Stanley Kubrick e L’Infernale Quinlan (1958) di Orson Welles.
Un elemento che si può rintracciare sin dai primi esperimenti del cinema noir e per tutto il corso degli anni Quaranta, Cinquanta ed oltre, è la centralità della città, luogo noir per eccellenza. La sua configurazione pesca dal cinema gangster e dalla tradizione letteraria hard boiled. Nel primo caso si tratta di luogo di perdizione e violenza, nel secondo caso è vista come labirinto notturno.
Gli spazi chiusi del cinema noir hanno una forte carica metaforica. Si tratta di tribunali, carceri, redazioni di giornali, ospedali ma soprattutto bar, locali notturni, case da gioco e stanze d’albergo. A questi si aggiungono umidi e fumosi bagni turchi (T-Men contro i fuorilegge di Anthony Mann), polverose palestre di boxe e alienanti ippodromi, che diventano simbolo di una nuova angoscia noir, rappresentata da grandi e trafficati spazi (Dollari che scottano di Don Siegel ma anche Rapina a mano armata di Kubrick). La città, così rappresentata, porta con sé una nuova idea di spazialità fondata sull’anonimato e appare come un organismo gigantesco che prescinde da qualsiasi presenza umana. In quest’ottica bisogna leggere la tendenza di ambientare i finali di molti film noir in ambienti metropolitani che con la loro grandiosità sovrastano metaforicamente l’individuo.

Un esempio degli ambienti del noir: il fumoso bagno turco di T-Men contro i fuorilegge (Fonte: dcairns.files.wordpress.com)

Nel corso degli anni Cinquanta, a seguito delle inchieste della comissione Kefauver che puntavano a smascherare le attività mafiose di un vero e proprio sindacato del crimine che era venuto a crearsi negli Stati Uniti durante gli anni del proibizionismo, il cinema noir tratta di una criminalità non più legata alle metropoli ma capace di diffondersi su tutto il territorio americano. Nello stesso periodo la casa acquista una centralità simbolica, molte opere sono ambientate in interni piccolo borghesi, rappresentanti di uno stile di vita agiato che viene spesso minacciato da mire criminali (ad esempio La scala a chiocciola di Robert Siodmak). Nasce così il sottogenere dell’«hostage holding thriller», che narra di famiglie prese in ostaggio nella propria abitazione e che cercano di salvarsi.
L’inizio degli anni Cinquanta è anche il momento in cui l’immaginario criminale si apre a paesaggi non urbani, trasportando le sue storie in provincia e in mezzo alla natura. Personalità chiave di questa tendenza è Daniel Mainwaring, giallista e sceneggiatore noto con lo pseudonimo di Geoffrey Homes, autore della trilogia sulla paranoia dell’America anni Cinquanta (quella del maccartismo) e formata da La belva dell’autostrada (1953), La città del vizio (1954) e L’invasione degli ultracorpi (1956).
Diverse pellicole del periodo narreranno di lotte per la sopravvivenza in ambienti naturali estremi e lo faranno abbandonando il bianco nero a favore dell’utilizzo del colore, inaugurando un’estetica pop che guarderà al futuro, verso il pulp piuttosto che alla colta estetica degli anni precedenti, influenzata, quest’ultima, da Quarto potere di Orson Welles (1941), modello avanguardistico capace di liberare tecniche da «art film» all’interno del cinema criminale di serie.

Una delle celeberrime sequenze di Quarto Potere, resa tale dal magistrale e rivoluzionario utilizzo della profondità di campo (Fonte: https://steamuserimages-a.akamaihd.net)

Tra gli stilemi tipici del cinema noir vi è l’utilizzo dei contrasti, con le ombre che non accrescono il dinamismo drammatico ma piuttosto inghiottono la figura umana. Nonostante la varietà stilistica del cinema noir, possono essere rintracciate delle tecniche che ritornano in diverse pellicole; ad esempio l’utilizzo del grandangolo, di angolazioni insolite, dell’illuminazione dal basso, la presenza di linee oblique e verticali, la profondità di campo volta a reprimere la centralità della figura umana e l’impiego di complessi movimenti di macchina e primissimi piani dal forte impatto emotivo. In ogni caso, tutto il cinema noir cerca particolari atmosfere e lo fa attraverso immagini intense, realizzate da grandissimi direttori della fotografia.
Altri strumenti linguistici utilizzati nel noir sono la soggettiva, la voce fuori campo e il flashback.
A queste caratteristiche tecniche si aggiungono situazioni tematiche che ritornano nel corso di tutto il cinema noir e soprattutto in quello degli anni Quaranta. È il caso delle amnesie, mancamenti e sospensioni dell’azione (come le situazioni di attesa cariche di tensione); ma anche di sogni e visioni soggettive che alterano la percezione. Situazioni che ritroviamo in un cinema che si caratterizza spesso per la brutale violenza e per il gusto del dettaglio sadico ( ne sono degli esempi Il bacio della morte di Richard Widmark ma anche Schiavo della furia di Anthony Mann e Boomerang di Elia Kazan). La brutalità e il sadismo costituiscono, insieme all’incubo disturbante e all’affiorare di pulsioni nascoste, un altro tipo di deformazione del rapporto con la realtà che la Hollywood classica tendeva a censurare ma che nel cinema noir è sempre presente.

Fred MacMurray (al centro) e Barbara Stanwyck (a destra) ne La fiamma del peccato (Fonte: https://i.pinimg.com)

Il cinema noir americano, quindi, si distingue per le narrazioni e i personaggi anticonvenzionali ripresi dalla letteratura hard boiled, per l’estetica ispirata al cinema europeo degli anni Venti e per le ambientazioni e le atmosfere che diventeranno iconiche in tutto il mondo. Altra caratteristica di questo cinema è che nasce e muore nel giro di vent’anni, a differenza di quanto accade in Francia, dove seguita a svilupparsi con continuità. Per questo motivo, quando negli anni Ottanta una serie di registi riprenderà il genere, omaggiandolo e innovandolo, negli Stati Uniti si parlerà di Neo Noir.