Miike Takashi nasce il 24 agosto 1960 a Yao, una cittadina vicino ad Osaka. Cresce nell’ambiente della classe lavoratrice e passa l’adolescenza giocando a panchiko (un gioco d’azzardo giapponese) e andando in moto con gli amici. Dopo il diploma superiore si iscrive alla Scuola di cinema e Televisione di Yokohama non perché gli interessi la settima arte ma perché vuole avere una scusa per non andare a lavorare a tempo pieno. Miike infatti smette di frequentare le lezioni dopo una settimana ma proprio perché assenteista e quindi libero da impegni scolastici, viene scelto come assistente volontario per una serie televisiva. Miike coglie questa chance e nei dieci anni seguenti lavora nelle troupe televisive scalando diverse gerarchie.
Il suo primo lavoro nel mondo del cinema è come terzo assistente alla regia in Il mezzano (Zegen, 1987) di Imamura Shōei. Dopo altre due esperienze come assistente (una delle quali sempre con Imamura Shōei), esordisce alla regia con Lady Hunter (Redihantaa – Koroshi no pureyūdo, 1991), film destinato al mercato video (in giapponese “OV”, original video).
La prima pellicola ad essere distribuita in sala è probabilmente Shinjuku Triad Society (Shinjuku kuroshakai – Chaina mafia sensō, 1995), opera che testimonia la chiara influenza che il cinema nero di Hong Kong esercita sul regista e che è possibile rintracciare in altri suoi lavori: Non siamo angeli (Oretachi wa tenshi janai, 1993); Rainy Dog (Gokudō kuroshakai – Rainy Dog, 1997) e Ley Lines Nihon kuoroshakai – Ley Lines, 1999) che insieme a Shinjuku Triad Society compongono le tre parti della trilogia Koroshakai; Young Thugs: Innocent Blood (Kishiwada shōnen gurentai – Chikemuri junjō hen, 1997); la serie DOA (Dead or Alive, Hanzaisha, Dead or Alive, 1999, Dead or Alive 2 – Tōobōosha, Dead or Alive 2, 2000, e Dead or Alive: Final, Id. 2002) e Ichi The Killer (Koroshiya Ichi, 2001).
Miike ha all’attivo più di ottanta film. Nonostante alcuni temi ricorrenti, la tendenza del suo cinema è quella di mescolare i generi, destrutturarne i canoni e rinnovarli. Benché non manchino pellicole più lineari, le maggior parte delle sue opere risultano disomogenee, poliedriche e caratterizzate da una violenza estrema.